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    <title>Pescato pesce palla nello stretto</title>
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    <description>Tratto da "La Repubblica - sezione Palermo" del 9 marzo 2012 </description>
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<h2>Allarme per il pesce palla mortale pescato nello Stretto di Messina.</h2>
<p style="text-align: center; "><img alt="pescepalla.jpg" class="image-inline" src="../pescepalla.jpg/image_preview" style="text-align: center; " /></p>
<p style="text-align: center; "> </p>
<p>A notarlo sono stati dei pescatori dello Stretto. I maggiori conoscitori di queste acque, stamattina hanno notato tra il loro pesce una specie che non avevano mai visto.</p>
<p>E dopo anni di pesca nello Stretto, dove si passa dalle balene ai pescecani, se non hai mai visto un pesce che ti ritrovi nelle lenze, qualcosa non quadra. Così l'hanno segnalato alla Guardia costiera di Messina che ha potuto verificare di cosa si trattasse. Quel pesce di 35 centimetri è il "pesce palla argenteo", un pesce particolarmente velenoso. Appartiene alla famiglia dei Tetraodontidi, e la sua pelle, il fegato e gli organi riproduttivi contengono una sostanza altamente tossica (la tetradotossina), che se ingerita  determina l'arresto degli impulsi nervosi, conducendo anche a paralisi totale, blocco della respirazione e in alcuni casi a morte per soffocamento. Si tratta di una specie diffusa soprattutto nelle fasce tropicali ed equatoriali degli oceani Atlantico e Pacifico. Dall'oceano allo Stretto  ma in realtà il pesce palla ha già raggiunto la Sicilia: "Altri avvistamenti del pesce palla sono avvenuti negli ultimi anni in Sicilia, ma nella zona di Siracusa", spiega Adriana Profeta, biologa marina del Cnr.  E continua: "In realtà la carne potrebbe anche essere mangiata. Il problema è che in pochissimi possono riuscire a pulire il pesce senza toccare il fegato. Ci riescono solo pochi maestri di Sushi, il pesce palla è infatti mangiato in Giappone. Ma anche loro possono sbagliare. Non dipende, infatti, solo dalla maestria nel tagliarlo e pulirlo, troppi altri fattori possono determinare la contaminazione della carne da parte del veleno contenuto nel fegato e negli altri organi. Un veleno a tutti gli effetti molto potente".</p>
<p><i>Manuela Modica</i></p>]]></content:encoded>
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    <title>Notte della Cultura - 2012</title>
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    <dc:date>2012-02-27T14:50:43Z</dc:date>
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  <item rdf:about="http://www.ist.me.cnr.it/notizie/i-tesori-dello-stretto-al-centro-delle-ricerche-del-talassografico">
    <title>I tesori dello Stretto al centro delle ricerche del Talassografico </title>
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    <description>Tratto da "Gazzetta del sud" del 19 settembre 2011</description>
    <content:encoded xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"><![CDATA[<p>Luogo mitico che ha ispirato leggende e storie senza tempo, ecosistema unico al mondo, lo Stretto continua ad essere oggetto privilegiato di studio e di attenzione da parte di biologi e non solo. E con il convegno "Tutto Stretto: la ricerca tra tradizione e modernità", promosso giovedì negli splendidi locali del Talassografico, si è posta l'attenzione sullo stato della ricerca che l'Istituto per l'ambiente marino costiero svolge. «L'Istituto – ha ricordato la direttrice, la dott. Lucrezia Genovese – conta 40 professionalità tra ricercatori, dottorandi, post-dottorandi e assegnisti che svolgono un lavoro nella direzione di una costante tutela e valorizzazione dell'ambiente marino. Dallo studio delle energie rinnovabili che si possono realizzare sfruttando le correnti, alle ricerche sui batteri o sul lago di Faro come modello per lo studio del Mediterraneo». Il convegno è stato organizzato in sinergia con l'Università, ed è la prima volta che l'Istituto dedica un approfondimento esclusivo all'area dello Stretto, coniugando ecologia e biologia. Tanti gli interventi proposti a cominciare dal suggestivo exursus del prof Franz Riccobono sui fenomeni dello Stretto nel 700 grazie agli studi ed alle immagini di Antonio Minasi mentre il prof Emilio De Domenico dell'Ateneo ha delineato le meraviglie dello Stretto con immagini e foto subacquee. Il dott. Filippo Azzaro del Cnr – Istituto per l'ambiente marino costiero, ha ispiegato il fenomeno dell'upwelling nello Stretto, la risalita di organismi che popolano gli abissi mentre gli aspetti legati alla biodiversità sono stati approfonditi dalla dott. Nunzia Carla Spanò dell'Università. Una panoramica degli studi attualmente in corso è stata offerta dai dottori Paola Rinelli, Maria Genovese, Alessandro Bergamasco e Simone Cappello. Spazio anche alla musica e all'eno-gastronomia. Nella terrazza sullo Stretto infatti Slow Food Valdemone ha organizzato un buffet selezionando per l'occasione alcuni pesci che popolano lo Stretto in questa stagione come il "sugarello pittato" meglio conosciuto come "sauro nero" o i totani e l'alalunga, proponendoli con ricette tradizionali, come la pasta di farina di carrube con alici. «Preparando questi piatti vogliamo anche rendere consapevoli i consumatori che è preferibile consumare il pesce di stagione del nostro mare – ha sottolineato Saro Gugliotta, fiduciario della condotta Slow Food Valdemone – piuttosto che portare sulle tavole pesce spada che arriva da altri mari, presente nello Stretto solo fino ad agosto». In chiusura il concerto multimediale "Il colore dei suoni" che ha visto esibirsi al fagotto Salvatore Palmeri, al pianoforte Fiorella Miracola, col supporto tecnico di Michele Mendola.</p>
<p><i>Elisabetta Reale</i></p>]]></content:encoded>
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  <item rdf:about="http://www.ist.me.cnr.it/notizie/il-mito-dello-stretto-pesci-e-correnti-il-fenomeno-dei-due-mari">
    <title>Il mito dello Stretto - PESCI E CORRENTI: IL FENOMENO DEI DUE MARI</title>
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    <description>Tratto da "La repubblica - sezione Palermo" del 2 agosto 2011 </description>
    <content:encoded xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"><![CDATA[<p>Sembra un lago, ma tutto scorre velocemente, prima da un lato, poi dall' altro, in una danza appassionata di ascese e discese, di abbracci, di vortici. Come in un sensualissimo teatro di incontro e scontro. Tra due mari, sospinti dal vento, rilanciati dalla terra che gli offre piattaforme acrobatiche. Per risalire dai fondali, per spiaggiare quel che dal profondo rinviene. Orribile, deformato da tanta pressione, il fondo del mare riappare alla luce, solo qui, solo così. Eccolo lo Stretto di Messina: un oceano di suggestioni e storie, di miti e leggende, evocato solo quando si parla del fatidico ponte ma celebrato da Omero con le suggestioni di Circe, Scilla e Cariddi, le sirene fino a Colapesce, e raccontato da Stefano D' Arrigo col suo "Horcynus orca". Sono 3200 metri pieni d' acqua che ci fanno isola. Questoè il punto più vicino al continente, alla Calabria, lì dove la terra rialza il mare, o lo precipita: gli esperti la chiamano "sella", ma si può considerare una vera e propria cascata, un enorme scalino per acqua e pesci. A destra, da sud, arriva il mare più freddo e salato, lo Jonio, è la fase montante. Per sei ore, nello Stretto, avrà la meglio, sospinto da un buon vento risalirà il fondale. Da Taormina dove si appoggia in 2000 metri di profondità, risalirà verso la punta della Sicilia, dove la profondità si riduce addirittura a circa 100 metri, la sella appunto. Ha un brutto nome per gli esperti: «Upwelling, si tratta di una risalita di acque profonde che permette l' emersione di nutrienti minerali, e favorisce la produttività biologica», spiega Adriana Profeta, biologa marina al Cnr di Messina. Più che una ricercatrice suona come una Shehrazade, narra lo straordinario che ci vive sotto, in cui ci tuffiamo quattro mesi l' anno ignorando gli universi che lo popolano. «È grazie a questo fenomeno che nello Stretto si possono trovare spiaggiati i pesci abissali, che per un ricercatore sono un fenomeno unico: piuttosto che andar giù ad osservarli, basta, in alcune occasioni, passeggiare per la battigia. Non sono incontri esaltanti, è vero, perché quei pesci solitamente sopportano un' immensa pressione d' acqua che ne deforma l' aspetto, o meglio sono loro ad adattarsi. Insomma: sono molto brutti, ma ghiotti per gli studiosi». Gli esperti vengono da tutto il mondo nello Stretto per studiarne i fenomeni eccezionali: «Il paradiso degli zoologi», così lo difinì Jacques Piccard, scienziato svizzero-francese, che nel 1979 esplorò lo Stretto siciliano col suo batiscafo Forel scendendo fino a 500 metri, disegnando la fisionomia dinamica dei fondali, catalogando 140 specie ittiche. A Messina lo Jonio risale verso nord e abbraccia il Tirreno. Uno scontro di salinità, e temperatura che crea dei vortici visibili nelle acque dello Stretto ad orari precisi: «Ogni sei ore, dopo segue un' ora di "stanca", e per altre sei ore la corrente cambia. In base alle fasi lunari, è possibile calcolare l' orario esatto dei vortici, come quello delle correnti e la loro velocità». Dopo sei ore e una di stanca, inizia così la fase scendente, sarà il Tirreno ad abbracciare l' altro: «Sono mari di diversa connotazione, un po' come se fossero acqua e olio, uno tende a salire e l' altro a soccombere». Così si creano i gorghi, come degli uragani a guardarli dal fondo, ma anche le macchie d' olio: dei cerchi dove il mare sembra fermo mentre tutto intorno scorre. Al Cnr di Messina la pausa dal lavoro è questa, fermarsi, grosso modo alle 12, a osservare il vortice: ne hanno uno proprio sotto l' edificio, sulla falce, il braccio di terra che fa di Messina un porto naturale, formato dalla corrente scendente del Tirreno. Ma ce ne sono diversi, i due più famosi sono quelli di Scilla per la Calabria, Cariddi, ovvero Capo Peloro, per la Sicilia. Sono i due gorghi generati dalla corrente montante, che hanno ispirato persino Omero, nel XXI canto dell' Odissea. Circe così avverte Ulisse: «Scilla ivi alberga, che moleste grida di mandar non ristà». E sul mostro siciliano: «Assorbe la temuta Cariddi il negro mare, tre fiate il rigetta, e tre nel giorno l' assorbe orribilmente...,a Scilla tienti vicinoe rapido trascorri». Mette in guardia Ulisse, mentre Omero racconta che fu proprio lei, Circe, gelosa dell' amore di Glauco, rapito dalla bella Scilla, a trasformarla in mostro. Gorghi mostruosi e correnti impetuose. Odissee, leggende, miti. È l' incontro di due mari a scatenare l' universo di storie. I fenomeni naturali, ora conosciuti dalla scienza, temuti prima dai pescatori, sfruttati dalle menti sapienti dei narratori. Ed è fin troppo facile, perché nello Stretto ogni biologo è narratore: i due mari, abbracciandosi, creano fenomeni oceanici. Nei fondali dello Stretto, infatti, si possono trovare delle alghe "atlantiche", perché le correnti rendono l' acqua di una tale limpidezza e freddo che la luce penetra l' acqua come nell' Atlantico, permettendo la formazione di questi organismi. Mari che si comportano da oceani, generano miti ma anche energia: gli esperti hanno brevettato qui la Kobold una piattaforma ancorata di fronte alla zona di Ganzirri, una turbina idraulica collegata alla rete elettrica nazionale, che genera energia pulita e a basso costo. Ma ad immergere la testa nell' acqua le storie sono infinite. Le piante, per esempio: «C' è una distesa grandissima di Posidonia oceanica, per esempio - dice la biologa Profeta - una prateria che equivale come produzione d' ossigeno ad una foresta pluviale» . I pesci, poi: dallo Stretto passano molti cetacei, delfini, balene, squali. Sono tantissimi, ma c' è chi si ferma: così nello Stretto c' è uno squalo ha trovato casa: «Un capopiatto, uno squalo di grandi dimensioni ma innocuo, sale in superficie solo di notte per inseguire le prede». Il re dello Stretto però è il pesce spada. Lo insegue la feluca, l' imbarcazione specifica per la pesca di questo pesce: «È l' unica pesca monospecifica e selettiva del Mediterraneo, la potremmo definire una pesca ecosostenibile». Già l' imbarcazione in sé è una storia: con la ' ntinna, l' albero centrale che serve allo ' ntinnaru, l' uomo che avvisterà il pesce e griderà la direzione da dare alla feluca per seguire il pesce. «Pigghiulu, pigghiulu, pigghiulu», così cantava Modugno che ha svelato il vero romanticismo di questa pesca: i pescatori dello Stretto lo sanno, se prendono la femmina, prenderanno anche il maschio. Lui non la abbandona, resta vicino alla feluca che l' ha catturata, rendendosi facile preda. Ma se i ruoli si invertono, la femmina non segue la stessa sorte, non lo attende, fugge via dal maschio e dagli umani, per perpetuare la specie. Della pesca del tonno, invece, si hanno testimonianze antichissime: le prime risalgono all' età del bronzo. Agli inizi degli anni Settanta a Messina, infatti, sono state trovati tracce dell' attività peschereccia già praticata nel' abitato preistorico. È stato per esempio rinvenuto un cratere, un vaso del IV secolo avanti Cristo che raffigura la pesca del tonno. E dallo Stretto riemerge anche la Storia: il ritrovamento del Rostro, nel settembre del 2008, nelle acque messinesi ha permesso agli storici di meglio stabilire il luogo della famosa battaglia di Nauoloco, tra le flotte di Ottaviano e Sesto Pompeo che nel 36 avanti Cristo si contendevano la Sicilia nelle acque messinesi di Caporosocolmo.</p>
<p><em>MANUELA MODICA</em></p>]]></content:encoded>
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